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Casa in via Solari 2

Nel maggio del 1926 l’IngRiccardo Spasciani aveva tante preoccupazioni e timori. La casa che stava costruendo in zona Solari, un’area in pieno fermento urbanistico e deindustrializzazione, era ormai terminata, mancavano gli ultimi dettagli e rifiniture ma non aveva ancora potuto vendere appartamenti perché il Comune di Milano non aveva ancora rilasciato il documento di abitabilità che ne sanciva la regolarità costruttiva. Aspettava ansioso la comunicazione per il sopralluogo dell’ufficio tecnico che tardava ad arrivare, i costi erano lievitati, le banche cominciavano a rumoreggiare e lui non poteva incassare nulla. Finalmente con sua grande gioia il sopralluogo venne fissato il successivo 17 giugno 1926 e con ancora maggiore soddisfazione fu rilasciato il documento tanto atteso. La casa era una realtà. Così potè procedere alla prima vendita che aveva già in trattativa: si trattava di un Ingegnere che era stato presidente dell’associazione dei produttori elettrici italiani ed ora prossimo alla pensione, voleva stabilirsi definitivamente a Milano investendo nel mercato immobiliare. Era l’Ing. Ettore Cesàri con la sua famiglia, i figli Lina, Guglielmo e l’ultima arrivata Vittoria di nove anni, mia madre.

Iscrizione “L’amore e la saggezza daranno la pace a questa casa. Anno di costruzione 1926″

Io ovviamente sono arrivato molto più tardi, si parla del 1960, e quindi di fatto da allora abito nella casa di via Solari 2, che amo profondamente, affacciata sul parco e che il prossimo giugno compirà ben cento anni. Ce lo ricorda l’iscrizione in latino nel frontespizio che recita “Amor et consilium domui pacem dabunt “AED MDCCCCXXVI (L’amore e la saggezza daranno la pace a questa casa. Anno di costruzione 1926). E proprio il prossimo 17 giugno 2026 festeggeremo i cento anni con una piccola festa sul terrazzo condominiale.

Proprio a questa scritta forse va il merito di una insolita caratteristica di questo condominio: a differenza di molte altre case milanesi qui da sempre il livello di litigiosità tra condomini è praticamente inesistente. Alle assemblee, che vengono normalmente fatte a turno a casa di uno dei condomini, si discute pacatamente sulle varie questioni, magari si è di pensiero differente, si ragiona si valuta bevendo un bicchiere di vino bianco, poi si vota e quello che è stato votato dalla maggioranza viene sempre accettato da tutti senza alcun problema. Mi ricordo che ciò accadeva sin da quando ero piccolo e origliavo dietro alla porta e credo di non avere sentito mai alzare la voce per nessun motivo né allora né ora che non devo più origliare. 

Casa d’angolo

Altra cosa particolare della casa è che oltre alla mia famiglia, altre sono qui già fin dalla costruzione, (una famiglia è ormai alla 5° generazione) e molti dei nostri padri e nonni si conoscevano e si frequentavano come mia madre che ragazza, negli anni trenta partiva in macchina con la compagnia dell’Ingegner Mussi del quarto piano per andare a sciare al “Breuill” rigorosamente in giornata con le pelli di foca e senza impianti di risalita. 

Mio nonno acquistò qui infatti due appartamenti adiacenti e per quasi cento anni i miei familiari e poi io, per almeno 4 generazioni, ci siamo alternati nei due immobili, a seconda del corso delle nostre vite. Man mano, infatti, che il nostro vissuto scorreva, con i momenti belli e brutti di tutte le famiglie (matrimoni, nascite, morti), i vari gruppi familiari (nonni, figli nipoti) si sono sempre alternati nei due alloggi cambiando poco niente della struttura, una camera spostata di qua o di là, l’intercomunicazione esistente o meno a seconda dei bisogni, etc..  

Giunto avanti nel percorso della mia vita ed avendo sviluppato interesse ed amore per la storia milanese ho voluto anche scavare nel passato di questo lembo di città per capirne origine, vicende, fatti più o meno rilevanti ed ho scoperto molte cose che ho voluto fissare in un percorso narrativo ricco di documenti, immagini e informazioni, che ho dato a tutti i residenti. Sono convinto, infatti, che la memoria sia uno dei fondamenti della vita e tutti dobbiamo tenere gelosamente da conto il nostro passato e la storia dei luoghi in cui viviamo, come diceva il grandissimo Indro Montanelli. ” Un popolo che ignora il proprio passato, non saprà mai nulla del proprio presente”.  

La Cascina Vallazza di fianco al ramo Olona Darsena, ora via Valparaiso

Ho scoperto infatti che dove ora sorge la casa, fino ai primi del novecento, si era in aperta campagna tra campi coltivati ed orti e più o meno in quel punto esisteva, fra le altre, la Cascina Vallazza, un’importante struttura agricola che sfruttava l’acqua del ramo dell’Olona, ancora non particolarmente inquinato, (che qui passava e finiva in darsena), sia per l’irrigazione che come forza motrice, coll’adiacente Mulino del Maglio. Erano ancora i territori dei così detti corpi Santi, comune anulare della cintura milanese istituita dagli Asburgo ed annesso a Milano solo nel 1926. Ho scoperto anche che qui, nel parco, vi era uno spazio destinato a servizio del Macello un tempo ubicato in piazza S. Agostino dotato di un importante nodo ferroviario che, proseguendo per l’attuale scalo di Porta Genova, si infilava nell’attuale via Dezza spiegandone il particolare percorso curvilineo.

Man a mano che ho fatto scorrere le carte geografiche d’epoca, leggevo come in un film lo scorrere del tempo con le case che cominciavano a popolare questo quartiere che diventava anche sempre più industriale con fondamentali impianti di produzione (Ansaldo, CGE, Bisleri, etc.) e che anch’essi, coll’avvicinarsi ai giorni nostri, venivano sostituiti da un tessuto urbano variegato ed infine da strutture destinate alla moda ed al design (la “Zona Tortona”!).  

Ma sono soprattutto i ricordi e le immagini in questa casa, della mia gioventù e successivamente della mia vita, che si mischiano intimamente ai ricordi ed ai racconti che mia nonna, mio zio, mio padre e mia madre mi facevano in queste stanze. Tanti frammenti di memoria che ruotano intorno a questa casa in cui ho vissuto per più di settant’anni, momenti belli, altri tristissimi, molti del tutto normali e quotidiani, ma tutti con lo sfondo scenografico delle finestre sul parco, verdissimo, colorato, luminoso e lussureggiante d’estate, pieno delle voci felici dei bambini, spoglio e silenzioso d’inverno, ma talora stupendo e scintillante sotto una bianca coltre di neve.

Casa del Balilla

C’era la “casa del Balilla” dove ora sorge la piscina Solari. Fu centrata in pieno da molte bombe degli alleati che la credevano una caserma strategica e trai suoi ruderi e nel cratere che si era formato, negli anni sessanta forzando la vetusta recinzione di legno, andavo di nascosto a giocare con gli amici (il nonno Spasciani del terzo piano mi chiamava “il terribile”!), trovando cose bellissime che mia madre puntualmente mi faceva gettare inorridita e terrorizzata che potessi trovare ordigni inesplosi. Mi raccontavano che una bomba aveva infranto una vetrata che è rovinata addosso alla mia bisnonna causandone poi la morte. I racconti su mio nonno che era presente a Pietrogrado nel marzo del 1917 allo scoppio della prima Rivoluzione russa, il suo impegno che solo ora capisco quanto fu importante, affinché lo scalo ferroviario bestiame dopo la sua chiusura divenisse un parco pubblico. I racconti del Dott. Secchi del primo piano, rientrato fortunosamente vivo dalla tragica spedizione Russa, che ci raccontava delle tribolazioni patite e del fortunoso viaggio di ritorno. Quello stupendo ponticello di mattoni a schiena di mulo, che faceva sì che la via Montevideo scavalcasse le acque putride e nauseabonde dell’Olona che andava ancora in Darsena, dove, mi ricordo perfettamente, c’erano ratti grandi come volpi.  

Casa di Via Solari, 26, 1938

Quella stranezza della numerazione civica che ha dato alla casa prima il n 26 poi il n. 2 invertendolo con il n. 2-A che si trova all’inizio della via e che fa sbagliare tutti quelli che ci vengono a trovare o ci devono portare un pacco. Le botteghe della Via Savona con gli artigiani, i laboratori, i falegnami, i fabbri, così pittoreschi e ricchi di lavoro ed attività, ora scomparsi. Quel drammatico e tristissimo giorno in cui un’insensata, folle e cieca violenza ha fermato un galantuomo che viveva in questa casa, Walter Tobagi, mentre andava al suo lavoro. Mio figlio che corre nel parco trent’anni dopo di me sulla prima biciclettina del nonno Luigi, l’ultimo regalo a suo nipote prima di andarsene. Volti e voci di persone passate per queste scale in tanti anni. Tutte tessere di un mosaico variegato che hanno accompagnato la mia vita qui e che tengo da conto gelosamente, insieme a tutti quegli oggetti che in così tanti anni di presenza si sono accumulati, mobili, libri, soprammobili e che mi ricordano tutte le persone che più ho nel cuore e che spero proprio mio figlio Francesco non disperderà.  

Ecco proprio a mio figlio va un ultimo pensiero a lui che con sua moglie Giorgia è venuto a stare nell’appartamento di fianco. La loro decisione mi ha fatto immensamente piacere in quanto rinnova ancora una volta la nostra storia e sarà qui anche quando io non ci sarò ed anche lui qui sul balcone del parco ricorderà gli anni della sua giovinezza delle corse sulla bicicletta del nonno e della sua mamma che se ne è andata troppo presto e che lì ha vissuto grande parte della sua vita, ma anche forse chissà… del suo papà. 

 Guido Rosti Cesàri  

 

Allegati

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Anno 1893: una bambina di 3 anni viene ad
abitare con i genitori e i fratellini in via Rossini, 3.
Allora la città, alla cerchia dei Navigli, confinava con i prati della periferia.
Era il tempo del “Veloce Club” e del lancio dei palloni frenati.

 

Albertina Fossati fotografata nel Giugno 1954 nel cortile della casa di Via Rossini 3 in Milano dove ha abitato per circa settant’anni.

La via Rossini è, a quel tempo, una via periferica, breve e selciata, con carreggiate e stretti marciapiedi di pietra. Parte da via Vivaio dove già s’innalza, severo ed imponente, l’Istituto dei Ciechi.  Questo è fiancheggiato da un basso muricciolo di cinta che cela un’attrattiva del tempo: il “Veloce Club”, palestra, per gli abbienti, della nascente passione sportiva. 
I ragazzetti vi si arrampicano curiosi ed estatici sperando vedere le esaltanti imprese di uomini baffuti che “corrono” su bicicli ad altissime ruote anteriori e, in seguito, su vere biciclette, ma ne sono costantemente cacciati dall’inflessibile custode.
Qualche anno più tardi, nel 1905, si alzerà da quel prestigioso recinto un pallone frenato, ed i milanesi che avranno coraggio e danaro faranno un giretto nel cielo a poche decine di metri da terra, orgogliosi dell’inaudito progresso ed ignari che, di lì a poco più di cinquant’anni, si parlerà, con qualche fondamento, di sbarcare sulla luna.

Termina, la piccola via, al vecchio bastione spagnolo: è un alto terrapieno fiancheggiato ai due lati da alberi secolari, passeggiata solitaria e romantica a cui si accede per ripide scalette e viuzze in salita. 
I ragazzi vi esercitano, su e giù, l’unico alpinismo consentito. Al di là del bastione sono campi ed ortaglie.

La casa è modesta, ma decorosa sebbene fabbricata coi sistemi del tempo: camere senza divisioni, infilate l’una nell’altra, che si possono dividere e raggruppare in modo che l’appartamento può risultare indifferentemente di due, di quattro ed anche di otto stanze; qualche breve ballatoio, pompe dell’acqua sui pianerottoli. 

Ha però la facciata decorata di medaglioni scolpiti ed un cortile con colonnine a capitello che le danno pregio e decoro. Si dice provengano dalla demolizione di un’antica casa patrizia.

Cortile interno della casa. Fonte: Artribune

Nel centro del cortile, ampio e luminoso, è una bella aiuola fiorita; sulla facciata interna, dalla balconata in ferro battuto dell’appartamento padronale scende, in primavera, una deliziosa cascata di glicini rosa-azzurro.
Il sottostante portico ad arco immette nel piccolo giardino di cui si intravvede lo sfondo dominato da un maestoso abete dalle larghe braccia. Entrando dal portone si ha una visione di armonia e di bellezza.

Abita nella casa una popolazione piccolo-borghese.
A differenza della casa accanto, che è prettamente popolare, con le cosiddette “ringhiere” folte di bambini e di madri che vi fanno crocchio e qualche volta vi si accapigliano, qui tutto è educato e tranquillo.

 Al pianterreno modesti negozi danno agio ai rifornimenti quotidiani in un clima di famiglia; non manca la “sostra” di legna e carbone e una trattoria (chiamiamola così) gestite entrambe da un garibaldino mangiapreti che però, in omaggio alla nuova Regina, senza rimpianti repubblicani, la intitola cavallerescamente “Al Montenegro”.

Sotto il tetto sormontato da un’uccellanda (perché i milanesi d’allora si preoccupavano di dare asilo anche agli uccelletti nei mesi invernali) ci sono gli abbaini, le “mansardes” milanesi. Sono abitati da tipi patetici o strani: la vecchia lavandaia, carica di fagotti e di rassegnazione; il ciabattino solitario; il tosa-cani, terrore ed insieme divertimento dei bambini, coi suoi cani recalcitranti al guinzaglio tirati su per le scale; poverissimi; falliti della vita.  

Facciata della casa di via Rossini, 3.

Qui si esercita la carità della proprietaria della casa, sig.ra Paola Silva Ortelli, con sussidi, con affitti condonati, con curiose usanze come la pentola di ceci e maiale, milanesissimo piatto del Giorno dei Morti, offerta ogni anno nella ricorrenza ai poveretti degli abbaini. La buona signora riserva invece l’albero di Natale a tutti i bambini della casa, dai dodici in giù; questi salgono trepidanti, la sera della vigilia, verso un salone per loro fantastico, con un grande albero rutilante di luci e carico di piccoli doni, col Presepe e una misteriosa musichetta proveniente da ancor più misterioso carillon nascosto in una nicchia del muro.

Ma la vera peculiarità della casa è che fu ed è nido di artisti. L’architetto Ortelli era grande amico dell’arte e degli artisti e volle che nella sua casa questi trovassero l’ambiente favorevole al loro fecondo raccoglimento che diventa poi ispirazione.
In gran numero pittori, scultori, architetti vi si alternarono con nomi e rinomanze più o meno note o famose. Chi scrive non ha l’intenzione ne la competenza di tracciare un panorama d’arte, di valutare al suo giusto valore quello svoltosi nella casa in questo settantennio: può solo affermare che l’hanno onorata e l’onorano nomi di chiara fama. Non ne fa alcuno perché sarebbe tentata di farne molti; ad altri più idonei lo specifico compito. Ha potuto solo dell’arte conoscere gli aspetti marginali, per esempio la vita degli artisti.
Tutti, o quasi tutti fondamentalmente buoni e generosi; cordiali, solidali e prodighi pur nella povertà; riflettenti, anche nell’errore di una vita non sempre ordinata, un sogno di bellezza e di comprensione per tutto quanto il creato.

Dettaglio della fontana. Fonte: Lombardia da scoprire

Cosa curiosa, non vi fu mai vera scapigliatura se non in qualche raro caso presto eliminato: la gentile e pur severa struttura della casa sembra escludere ogni intemperanza.

Solo qualche divertente stravaganza: come lo pseudo pittore che tappezza i muri del suo studio con figurine tolte dalle scatole dei fiammiferi e con francobolli usati ritagliati da tutte le buste affrancate che può trovare. Oppure il giovane scultore già affermato che tinge da se stesso, in nero assoluto, dentro un gran pentolone, stoffe e tendaggi e riduce il suo studio a camera mortuaria. (E non si sa se, passata la mattana, avrà i fondi per rimettere le cose a posto).
Altre personalità del mondo artistico ospitò la casa prima della guerra del ’15-’18, come la moglie e il figlio del famoso scultore Medardo Rosso. Vi abitò in tre stanzette, mentre studiava canto, l’acclamata soprano Rosina Storchio. E pure l’attrice di prosa Tina Pini che recitò poi con Tina Di Lorenzo.
Per una convenzione tra i due proprietari di casa e mediante un’apertura praticata nei muri divisori, Ruggero Leoncavallo, abitante allora in via Vivaio nella casa d’angolo con via Rossini, s’affacciava lui pure sul cortile gentile e fiorito. Sedeva, nei tramonti estivi, presso la finestra del mezzanino (che è attualmente camera da letto della vecchia bambina) ed era già pingue e stanco. Ascoltava forse il cinguettio degli uccelletti, numerosi sull’abete, o le smorzate vocine dei bambini a cui le mamme facevano affettuosamente rispettare il riposo e la meditazione del celebre compositore dei “Pagliacci”.

Via G. Rossini, Milano

Nulla più rimane di quella vita semplice e patriarcale. Caduti, via via, la cinta del dazio e i vecchi, cari bastioni che sbarravano la piccola via, la città si è slanciata oltre freneticamente e illimitatamente.
Distrutti i vasti ed ombrosi giardini delle dimore patrizie di corso Venezia, le cui propaggini arrivavano fin lì, demolite le vecchie casette, il verde e quieto angolo quasi campestre ai limiti della città è diventato ora un centralissimo quartiere signorile di cemento e di pietra. Lo solcano lunghe e lussuose automobili, sbalorditive e insolenti. Lo appestano rumori e vapori ingrati. Ai lati della piccola via chiudono il cielo nuovissimi palazzoni, irti di piani e di finestre, miracoli di ingegneria e di piatta geometria.
Ma l’annosa casa è ancora in piedi. Risparmiata da due guerre e dall’intelligente amore dei suoi proprietari, intatta nelle sue linee e rammodernata negli appartamenti, continua la sua vita nobile e modesta. Ai modernissimi palazzoni e alla rumorosa civiltà delle macchine e del danaro racconta, sommessamente, quanta storia d’arte e d’umanità è passata fra i suoi vecchi muri. 

A.F.

NOTE

Articolo redatto da Albertina Fossati (8/11/1889 – 15/5/1964), nata e vissuta a Milano, e comparso il 21 luglio 1961 nella terza pagina del quotidiano milanese “L’Italia”. Nella casa di Via Rossini 3, sono nato ed ho abitato per trent’anni, ho convissuto oltre che con i miei genitori e mia sorella, anche con la zia Albertina (sorella di mio padre) ed il nonno paterno; una famiglia non più “di moda” oggi. La casa di Via Rossini 3 è tuttora quasi inalterata e su di essa si possono trovare immagini ed informazioni interrogando Google.

Giovanni Fossati

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Nasce la rubrica “Storie di Milano. Luoghi che cambiano, memorie che restano”, uno spazio dedicato ai racconti della città attraverso lo sguardo di chi la vive. 

Esiste una Milano evidente, sotto gli occhi di tutti: dinamica, attraversata dal traffico, in continua trasformazione. Ma accanto a questa città visibile ce n’è un’altra, più discreta, che si nasconde nei cortili, nei dettagli architettonici, nei ricordi personali. È una Milano che cambia nel tempo, ma che continua a esistere nella memoria di chi la abita. 

Da qui prende forma questa rubrica, con l’obiettivo di raccogliere e condividere storie capaci di intrecciare esperienza personale e storia urbana. Ogni contributo pubblicato racconta un luogo e le persone che lo abitano, mettendo in dialogo passato e presente. 

Hai un luogo di Milano a cui sei legato? Raccontacelo! 

Invia il tuo racconto, accompagnato, se lo desideri, da fotografie d’epoca o attuali e condividi con noi i tuoi ricordi: può essere una via, una casa, un quartiere, un giardino… qualunque spazio che custodisca una storia per te importante. 

Vi chiediamo di raccontare non solo cos’è quel luogo, ma anche il vostro legame con esso, il rapporto che intrattiene con la città, come è oggi e le eventuali trasformazioni che ha vissuto nel tempo, tra cambiamenti positivi e criticità. 

I contributi verranno raccolti e pubblicati sul nostro sito, oltre a essere condivisi attraverso la newsletter e i nostri canali social, per creare un dialogo tra passato e presente e far emergere storie, trasformazioni e valori spesso nascosti della città. 

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