Scarica il programma degli eventi della Sezione di Milano
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Maggio si apre all’insegna della cultura e dello spettacolo. Grazie alla collaborazione con Italia Nostra, i soci possono usufruire di agevolazioni dedicate su biglietti e abbonamenti.
In allegato sono disponibili i programmi completi degli eventi in calendario nei teatri convenzionati, per scoprire nel dettaglio tutti gli appuntamenti del mese.
Anno 1893: una bambina di 3 anni viene ad
abitare con i genitori e i fratellini in via Rossini, 3.
Allora la città, alla cerchia dei Navigli, confinava con i prati della periferia.
Era il tempo del “Veloce Club” e del lancio dei palloni frenati.

Albertina Fossati fotografata nel Giugno 1954 nel cortile della casa di Via Rossini 3 in Milano dove ha abitato per circa settant’anni.
La via Rossini è, a quel tempo, una via periferica, breve e selciata, con carreggiate e stretti marciapiedi di pietra. Parte da via Vivaio dove già s’innalza, severo ed imponente, l’Istituto dei Ciechi. Questo è fiancheggiato da un basso muricciolo di cinta che cela un’attrattiva del tempo: il “Veloce Club”, palestra, per gli abbienti, della nascente passione sportiva.
I ragazzetti vi si arrampicano curiosi ed estatici sperando vedere le esaltanti imprese di uomini baffuti che “corrono” su bicicli ad altissime ruote anteriori e, in seguito, su vere biciclette, ma ne sono costantemente cacciati dall’inflessibile custode.
Qualche anno più tardi, nel 1905, si alzerà da quel prestigioso recinto un pallone frenato, ed i milanesi che avranno coraggio e danaro faranno un giretto nel cielo a poche decine di metri da terra, orgogliosi dell’inaudito progresso ed ignari che, di lì a poco più di cinquant’anni, si parlerà, con qualche fondamento, di sbarcare sulla luna.
Termina, la piccola via, al vecchio bastione spagnolo: è un alto terrapieno fiancheggiato ai due lati da alberi secolari, passeggiata solitaria e romantica a cui si accede per ripide scalette e viuzze in salita.
I ragazzi vi esercitano, su e giù, l’unico alpinismo consentito. Al di là del bastione sono campi ed ortaglie.
La casa è modesta, ma decorosa sebbene fabbricata coi sistemi del tempo: camere senza divisioni, infilate l’una nell’altra, che si possono dividere e raggruppare in modo che l’appartamento può risultare indifferentemente di due, di quattro ed anche di otto stanze; qualche breve ballatoio, pompe dell’acqua sui pianerottoli.
Ha però la facciata decorata di medaglioni scolpiti ed un cortile con colonnine a capitello che le danno pregio e decoro. Si dice provengano dalla demolizione di un’antica casa patrizia.

Cortile interno della casa. Fonte: Artribune
Nel centro del cortile, ampio e luminoso, è una bella aiuola fiorita; sulla facciata interna, dalla balconata in ferro battuto dell’appartamento padronale scende, in primavera, una deliziosa cascata di glicini rosa-azzurro.
Il sottostante portico ad arco immette nel piccolo giardino di cui si intravvede lo sfondo dominato da un maestoso abete dalle larghe braccia. Entrando dal portone si ha una visione di armonia e di bellezza.
Abita nella casa una popolazione piccolo-borghese.
A differenza della casa accanto, che è prettamente popolare, con le cosiddette “ringhiere” folte di bambini e di madri che vi fanno crocchio e qualche volta vi si accapigliano, qui tutto è educato e tranquillo.
Al pianterreno modesti negozi danno agio ai rifornimenti quotidiani in un clima di famiglia; non manca la “sostra” di legna e carbone e una trattoria (chiamiamola così) gestite entrambe da un garibaldino mangiapreti che però, in omaggio alla nuova Regina, senza rimpianti repubblicani, la intitola cavallerescamente “Al Montenegro”.
Sotto il tetto sormontato da un’uccellanda (perché i milanesi d’allora si preoccupavano di dare asilo anche agli uccelletti nei mesi invernali) ci sono gli abbaini, le “mansardes” milanesi. Sono abitati da tipi patetici o strani: la vecchia lavandaia, carica di fagotti e di rassegnazione; il ciabattino solitario; il tosa-cani, terrore ed insieme divertimento dei bambini, coi suoi cani recalcitranti al guinzaglio tirati su per le scale; poverissimi; falliti della vita.

Facciata della casa di via Rossini, 3.
Qui si esercita la carità della proprietaria della casa, sig.ra Paola Silva Ortelli, con sussidi, con affitti condonati, con curiose usanze come la pentola di ceci e maiale, milanesissimo piatto del Giorno dei Morti, offerta ogni anno nella ricorrenza ai poveretti degli abbaini. La buona signora riserva invece l’albero di Natale a tutti i bambini della casa, dai dodici in giù; questi salgono trepidanti, la sera della vigilia, verso un salone per loro fantastico, con un grande albero rutilante di luci e carico di piccoli doni, col Presepe e una misteriosa musichetta proveniente da ancor più misterioso carillon nascosto in una nicchia del muro.
Ma la vera peculiarità della casa è che fu ed è nido di artisti. L’architetto Ortelli era grande amico dell’arte e degli artisti e volle che nella sua casa questi trovassero l’ambiente favorevole al loro fecondo raccoglimento che diventa poi ispirazione.
In gran numero pittori, scultori, architetti vi si alternarono con nomi e rinomanze più o meno note o famose. Chi scrive non ha l’intenzione ne la competenza di tracciare un panorama d’arte, di valutare al suo giusto valore quello svoltosi nella casa in questo settantennio: può solo affermare che l’hanno onorata e l’onorano nomi di chiara fama. Non ne fa alcuno perché sarebbe tentata di farne molti; ad altri più idonei lo specifico compito. Ha potuto solo dell’arte conoscere gli aspetti marginali, per esempio la vita degli artisti.
Tutti, o quasi tutti fondamentalmente buoni e generosi; cordiali, solidali e prodighi pur nella povertà; riflettenti, anche nell’errore di una vita non sempre ordinata, un sogno di bellezza e di comprensione per tutto quanto il creato.

Dettaglio della fontana. Fonte: Lombardia da scoprire
Cosa curiosa, non vi fu mai vera scapigliatura se non in qualche raro caso presto eliminato: la gentile e pur severa struttura della casa sembra escludere ogni intemperanza.
Solo qualche divertente stravaganza: come lo pseudo pittore che tappezza i muri del suo studio con figurine tolte dalle scatole dei fiammiferi e con francobolli usati ritagliati da tutte le buste affrancate che può trovare. Oppure il giovane scultore già affermato che tinge da se stesso, in nero assoluto, dentro un gran pentolone, stoffe e tendaggi e riduce il suo studio a camera mortuaria. (E non si sa se, passata la mattana, avrà i fondi per rimettere le cose a posto).
Altre personalità del mondo artistico ospitò la casa prima della guerra del ’15-’18, come la moglie e il figlio del famoso scultore Medardo Rosso. Vi abitò in tre stanzette, mentre studiava canto, l’acclamata soprano Rosina Storchio. E pure l’attrice di prosa Tina Pini che recitò poi con Tina Di Lorenzo.
Per una convenzione tra i due proprietari di casa e mediante un’apertura praticata nei muri divisori, Ruggero Leoncavallo, abitante allora in via Vivaio nella casa d’angolo con via Rossini, s’affacciava lui pure sul cortile gentile e fiorito. Sedeva, nei tramonti estivi, presso la finestra del mezzanino (che è attualmente camera da letto della vecchia bambina) ed era già pingue e stanco. Ascoltava forse il cinguettio degli uccelletti, numerosi sull’abete, o le smorzate vocine dei bambini a cui le mamme facevano affettuosamente rispettare il riposo e la meditazione del celebre compositore dei “Pagliacci”.

Via G. Rossini, Milano
Nulla più rimane di quella vita semplice e patriarcale. Caduti, via via, la cinta del dazio e i vecchi, cari bastioni che sbarravano la piccola via, la città si è slanciata oltre freneticamente e illimitatamente.
Distrutti i vasti ed ombrosi giardini delle dimore patrizie di corso Venezia, le cui propaggini arrivavano fin lì, demolite le vecchie casette, il verde e quieto angolo quasi campestre ai limiti della città è diventato ora un centralissimo quartiere signorile di cemento e di pietra. Lo solcano lunghe e lussuose automobili, sbalorditive e insolenti. Lo appestano rumori e vapori ingrati. Ai lati della piccola via chiudono il cielo nuovissimi palazzoni, irti di piani e di finestre, miracoli di ingegneria e di piatta geometria.
Ma l’annosa casa è ancora in piedi. Risparmiata da due guerre e dall’intelligente amore dei suoi proprietari, intatta nelle sue linee e rammodernata negli appartamenti, continua la sua vita nobile e modesta. Ai modernissimi palazzoni e alla rumorosa civiltà delle macchine e del danaro racconta, sommessamente, quanta storia d’arte e d’umanità è passata fra i suoi vecchi muri.
A.F.
NOTE
Articolo redatto da Albertina Fossati (8/11/1889 – 15/5/1964), nata e vissuta a Milano, e comparso il 21 luglio 1961 nella terza pagina del quotidiano milanese “L’Italia”. Nella casa di Via Rossini 3, sono nato ed ho abitato per trent’anni, ho convissuto oltre che con i miei genitori e mia sorella, anche con la zia Albertina (sorella di mio padre) ed il nonno paterno; una famiglia non più “di moda” oggi. La casa di Via Rossini 3 è tuttora quasi inalterata e su di essa si possono trovare immagini ed informazioni interrogando Google.
Giovanni Fossati
Nasce la rubrica “Storie di Milano. Luoghi che cambiano, memorie che restano”, uno spazio dedicato ai racconti della città attraverso lo sguardo di chi la vive.
Esiste una Milano evidente, sotto gli occhi di tutti: dinamica, attraversata dal traffico, in continua trasformazione. Ma accanto a questa città visibile ce n’è un’altra, più discreta, che si nasconde nei cortili, nei dettagli architettonici, nei ricordi personali. È una Milano che cambia nel tempo, ma che continua a esistere nella memoria di chi la abita.
Da qui prende forma questa rubrica, con l’obiettivo di raccogliere e condividere storie capaci di intrecciare esperienza personale e storia urbana. Ogni contributo pubblicato racconta un luogo e le persone che lo abitano, mettendo in dialogo passato e presente.
Hai un luogo di Milano a cui sei legato? Raccontacelo!
Invia il tuo racconto, accompagnato, se lo desideri, da fotografie d’epoca o attuali e condividi con noi i tuoi ricordi: può essere una via, una casa, un quartiere, un giardino… qualunque spazio che custodisca una storia per te importante.
Vi chiediamo di raccontare non solo cos’è quel luogo, ma anche il vostro legame con esso, il rapporto che intrattiene con la città, come è oggi e le eventuali trasformazioni che ha vissuto nel tempo, tra cambiamenti positivi e criticità.
I contributi verranno raccolti e pubblicati sul nostro sito, oltre a essere condivisi attraverso la newsletter e i nostri canali social, per creare un dialogo tra passato e presente e far emergere storie, trasformazioni e valori spesso nascosti della città.
Potete inviare il vostro racconto a comunicazione.milano@italianostra.org
Per il testo, si consigliano massimo 4.000 – 6.000 caratteri, spazi inclusi. (ca. due facciate)
Per Italia Nostra – Sezione di Milano, l’educazione e la didattica rappresentano un ambito strategico e fondamentale. Coinvolgere le scuole del territorio significa investire nella costruzione di una cultura diffusa della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale.
Il nostro impegno si traduce in incontri formativi dedicati alla storia e alla missione dell’Associazione, ma anche in percorsi partecipativi che rendono studentesse e studenti protagonisti attivi. Un esempio concreto è il lavoro attorno alla Conca di Viarenna, promosso tramite passeggiate patrimoniali e collaborazioni con due scuole per la realizzazione di progetti dedicati alla Conca e al territorio limitrofo, che presto potremo condividere.

Passeggiata alla Conca di Viarenna
Inoltre, partecipiamo attivamente a bandi, come “Nature calling” emesso della Fondazione Cariplo, che permettono di avviare progetti educativi strutturati e di ampliare le opportunità di coinvolgimento delle scuole. Parallelamente, promuoviamo concorsi e iniziative dedicate alle classi, concepiti per stimolare la curiosità verso la conoscenza, la ricerca e la creatività degli studenti, incoraggiandoli a confrontarsi con tematiche legate alla tutela dei beni culturali, alla valorizzazione del paesaggio e alla sostenibilità ambientale.
L’obiettivo è educare le nuove generazioni a riconoscere il valore culturale, materiale e immateriale, del territorio intorno a sé e il significato che esso riveste per le generazioni passate, presenti e future. Gli studenti sono invitati a ideare e realizzare azioni concrete di valorizzazione del patrimonio.

Lezione sul progetto Conca di Viarenna
A livello nazionale, Italia Nostra sostiene progetti come Tessere il futuro, un’iniziativa rivolta ai docenti che mira a rafforzare la didattica sul patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico, promuovendo metodi innovativi e percorsi di apprendimento partecipativo. L’impegno educativo dell’associazione, tuttavia, non è rivolto esclusivamente a studenti e insegnanti: vengono infatti organizzate anche numerose iniziative aperte e momenti di formazione, come il seminario nazionale Leggere il territorio, interpretare il paesaggio, disegnare il futuro, a cura del Settore Educazione al Patrimonio culturale e paesaggistico, durante il quale è stato approfondito il concetto di paesaggio inteso come risultato dinamico dell’interazione tra uomo e ambiente.

Visita alla Galleria Borghese durante il seminario nazionale Leggere il territorio, interpretare il paesaggio, disegnare il futuro
Queste attività mirano a sviluppare competenze concrete, sensibilità critica e senso civico, trasformando l’apprendimento in un’esperienza attiva e partecipativa che rafforza il legame dei giovani con il territorio, anche e soprattutto per le generazioni future.
Uno dei gruppi di lavoro della Sezione di Milano di Italia Nostra è impegnato in modo continuativo nei processi di rigenerazione urbana del sistema degli ex scali ferroviari da Porta Genova a San Cristoforo. Si tratta di un’attività che si sviluppa attraverso un confronto costante con il Comune, con gli enti coinvolti e con i soggetti attuatori, insieme a un dialogo diretto con le scuole e le comunità che abitano i quartieri limitrofi.
La visione che orienta questo impegno è quella di trasformare le aree dismesse in una grande infrastruttura verde continua, il Parco Lineare del Naviglio Grande, in coerenza con l’Accordo di Programma del 2017 e con gli indirizzi del PGT. L’obiettivo è fare in modo che la trasformazione non si traduca in una semplice operazione urbanistica o immobiliare, ma diventi un vero progetto di rigenerazione ambientale e sociale, capace di contribuire alla mitigazione climatica, di valorizzare il sistema storico delle acque e di rafforzare l’identità culturale dei quartieri.

Scalo di Porta Genova e il ponte di ferro
I viaggiatori della linea ferroviaria da Mortara non possono più arrivare nella stazione più antica di Milano, attiva dal 1870: si pone così una questione delicata di tutela e memoria. Il gruppo di lavoro seguirà con attenzione l’evoluzione della programmazione dei Masterplan affinché vengano rispettati i vincoli di interesse storico e artistico introdotti dalla sovrintendenza affinché l’identità della stazione, dei magazzini e della passerella storica, la quale necessità di un intervento di restauro, non venga snaturata. Allo stesso tempo osserva e valuta gli usi temporanei già in atto, sostenendo funzioni leggere e integrate con il quartiere, capaci di generare valore sociale diffuso.

Scalo di San Cristoforo
Si vuole approfondire un Modello di Rigenerazione Lineare e Adattiva e Sostenibile con una visione d’insieme degli scali ex ferroviari di San Cristoforo e Porta Genova, in un programma di Parco Lineare Naviglio Grande che funge da connettore tra la natura dal Parco Sud e la densità urbana del centro. La strategia intende favorire una sequenza di funzioni e attività ecosostenibili connesse ad un’unica visione culturale ma anche capaci di autofinanziarsi e generare presidio attivo, sostenibilità economica e inclusione sociale.

Il gruppo di Italia Nostra e la passerella Biki
Il metodo di lavoro adottato si fonda su un approccio insieme scientifico e umanistico, ambientale e sociale che prevede ricognizioni della zona, riconoscimento degli aspetti specifici del paesaggio, valutazioni ambientali, osservazione delle cartografie storiche e attuali e della capacità di carico dell’area, ponendo attenzione alle trame di relazioni sociali che si affiancano alla promozione della partecipazione attiva dei cittadini, in linea con i principi della Convenzione di Faro.
Attraverso questo impegno, il gruppo di lavoro contribuisce a orientare la trasformazione degli ex scali verso un modello di città più verde, inclusiva e consapevole della propria storia, in cui la rigenerazione urbana diventi occasione di coesione sociale e responsabilità collettiva, con l’obiettivo di lasciare un’eredità concreta e riconoscibile alle generazioni future: non solo nuovi spazi riqualificati, ma testimonianze della memoria storica, della cura del paesaggio e di una visione di sviluppo capace di coniugare tutela, sostenibilità e partecipazione.
Grazie al sostegno di Italia Nostra – Sezione di Milano, attraverso il Fondo Monti, è stato possibile realizzare il restauro del ritratto sagomato di Amanzia Guerillot, opera del pittore bresciano Angelo Inganni (1856-1859), parte delle collezioni d’arte del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci dal 1976.
L’intervento di recupero testimonia l’impegno trentennale dell’Associazione che, grazie al lascito della famiglia Monti, collabora con le più importanti istituzioni milanesi per la valorizzazione del patrimonio culturale. Come dichiarato dal Presidente nazionale di Italia Nostra, Edoardo Croci, sostenere questi interventi significa non solo conservare un bene artistico, ma restituire ai cittadini un frammento significativo della propria storia.

Un’opera rara e curiosa
Il dipinto, un olio su tavola a grandezza naturale (175 cm x 114 cm), ritrae Amanzia Guerillot con un mazzo di fiori. Donna di talento, pittrice e scultrice di origine francese, Amanzia fu prima allieva di Inganni e poi sua seconda moglie. L’opera giunse al Museo per donazione di Paolina Farnesi Mazza, vedova dell’artista Aldo Mazza: il ritratto apparteneva alla quadreria di famiglia di Giuseppe Mazza, che lo ricevette in dono direttamente da Inganni, suo caro amico fin dagli anni di studio all’Accademia di Brera.
Si tratta di un esempio rarissimo di ritratto sagomato con funzione di fermaporta, di cui si conoscono solo altri due esemplari (collezione Litta). L’opera era utilizzata dagli Inganni stessi nella loro dimora presso la Santissima di Gussago, un ex monastero nel bresciano. Questa produzione era tipica dei coniugi Inganni, che si adattarono al mercato realizzando oggetti decorativi come paraventi, ventagli, vetrate e figure a grandezza naturale per vetrine e ingressi.

Il restauro finanziato da Italia Nostra
Prima del restauro (2025-26), l’opera versava in uno stato di conservazione precario. Il supporto ligneo presentava una grave fessurazione verticale e la superficie pittorica era compromessa da depositi che ne impedivano la corretta lettura.
Il finanziamento di Italia Nostra ha permesso ai restauratori Giovanni Gualdani (per la struttura lignea) e Grazia Cavanna (per la parte pittorica) di risanare il supporto in legno di abete, gravemente danneggiato dal tempo e dall’uso, recuperare le vivaci cromie originali e i dettagli preziosi, come la spilla in pastiglia dorata e restituire stabilità e luminosità a un’opera che rischiava di andare perduta.
Il ritratto è stato presentato il 27 febbraio 2026 presso il Museo della Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci e sarà protagonista della mostra “Le Signore dell’Arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna” presso Palazzo Cucchiari a Carrara (26 giugno – 25 ottobre 2026).
Questo restauro rappresenta un ulteriore passo nel percorso di studio e tutela che Italia Nostra promuove per garantire che tesori unici come la “Signora Inganni” possano essere ammirati dalle generazioni future.